Gay & Bisex
Carico proibito 14
18.10.2026 |
462 |
2
"»
Fuori, nella piazzola, si sentivano risate, portiere che sbattevano, qualcuno che chiamava..."
Paolo non lo fece camminare.
Lo prese in braccio come se non pesasse nulla. Nell’oscurità della piazzola, tra i camion spenti e l’odore ancora forte di sesso che saliva dal cassone, lo portò fino alla cabina. Aprì lo sportello con il gomito, lo adagiò con cura sulla cuccetta e gli si sdraiò accanto. Lo abbracciò stretto, petto contro schiena, un braccio pesante a proteggerlo.
Mauro era esausto. Tremava ancora a tratti. Paolo gli baciò la nuca e restò così, immobile, finché il respiro del nipote non si fece lento e regolare. Si addormentarono uniti.
La mattina dopo Paolo si alzò per primo. Scese in silenzio, comprò due caffè, panini e una bottiglia d’acqua. Quando tornò, Mauro dormiva ancora profondamente, il viso abbandonato sul cuscino, una gamba fuori dalla coperta.
Qualcuno bussò allo sportello.
Una voce maschile, un po’ impaziente, chiese di Mauro. Paolo aprì solo lo sportello, guardò l’uomo di ieri sera e rispose con un tono che non ammetteva repliche:
«Non c’è. E non ci sarà. Sparisci.»
Chiuse e bloccò. L’uomo borbottò qualcosa e se ne andò.
Mauro si svegliò piano piano. Aprì gli occhi, disorientato. Paolo era seduto accanto a lui, il caffè ancora caldo in mano.
«Piano», disse solo. «Mangia.»
Lo fece bere, gli porse il panino a piccoli pezzi. Ogni tanto gli accarezzava i capelli o gli passava una mano sulla schiena. Quando Mauro ebbe finito, Paolo lo vestì con gesti lenti, quasi cerimoniosi: boxer puliti, pantaloncini, una maglietta morbida. Poi lo accompagnò alle docce.
L’acqua calda scese su entrambi. Paolo lo lavò con una cura che non aveva mai usato prima: schiena, petto, cosce, tra le natiche. Due dita insaponate entrarono piano, pulendo, controllando, accarezzando. Mauro gemette debole, ma non era eccitazione. Era sollievo. Quando furono asciutti, uscirono. Presero un altro caffè al bar e fumarono una sigaretta in piedi, appoggiati al parafango del camion.
Mauro cominciava a tornare.
Ripartirono verso nord.
L’autostrada olandese era piatta, grigia, solitaria. Paolo guidava in silenzio da quasi un’ora quando, all’improvviso, rallentò e mise la freccia. Uscì in una piazzola minuscola, quasi nascosta tra gli alberi, lontana dal rumore dei mezzi pesanti.
Spense il motore.
Si voltò verso Mauro. Gli occhi scuri erano diversi dal solito: più intensi, più seri.
«Scendi.»
Mauro lo seguì. Paolo aprì lo sportello del lato passeggero, abbassò completamente il sedile e tirò fuori dal vano una coperta pulita che Mauro non aveva mai visto. La stese. Poi si tolse la maglietta e i pantaloni. Restò nudo, il corpo massiccio e peloso sotto la luce grigia del mattino.
«Stenditi.»
Mauro obbedì. Paolo gli si sistemò sopra, ma non entrò. Cominciò a baciarlo. Lento. Collo, petto, capezzoli, ventre. Scese tra le sue gambe e lo prese in bocca con una dolcezza che non gli aveva mai riservato. Lo succhiò piano, a lungo, senza fretta, finché Mauro non si piegò in due e venne gemendo il suo nome.
Poi Paolo risalì. Si sistemò tra le sue cosce e entrò con una lentezza quasi dolorosa. Non scopò. Fece l’amore. Colpi profondi e lunghissimi, occhi negli occhi, una mano che gli teneva il viso. Ogni tanto si fermava sepolto fino in fondo e lo baciava. Mauro lo stringeva con le gambe e con le braccia, il cuore che gli batteva in gola.
Quando vennero, lo fecero insieme. Piano. Quasi in silenzio.
Paolo restò dentro di lui ancora per minuti interi, la fronte contro la sua, il respiro caldo.
«Da oggi», mormorò, «non ti presto più a nessuno. Se qualcuno ti vuole, deve passare sul mio cadavere.»
Mauro lo guardò. Gli occhi gli si riempirono senza che riuscisse a fermarli.
Paolo gli asciugò una lacrima con il pollice e sorrise, per la prima volta senza nessuna traccia di sesso o di possesso. Solo qualcosa di più grande.
«Sei mio. Solo mio.»
Si vestirono in silenzio. Risalirono in cabina. Paolo avviò il motore e rimise la prima.
Mauro si strinse contro il suo braccio mentre il camion tornava sull’autostrada. Fuori il paesaggio scorrevano uguale a prima, ma dentro qualcosa era cambiato per sempre.
Il viaggio continuava.
Ma non era più lo stesso viaggio.
Il camion riprese l’autostrada in silenzio.
Mauro restava accostato al braccio di Paolo, la testa leggermente inclinata contro la sua spalla. Ogni tanto lo zio gli accarezzava i capelli o gli stringeva la coscia, ma non c’era più quella tensione di prima, quella voglia di mostrarlo o di prestarlo. C’era qualcos’altro. Più pesante. Più definitivo.
Verso metà mattinata si fermarono in un’area di servizio piccola e quasi deserta. Paolo spense il motore e si voltò.
«Scendi.»
Mauro lo seguì dietro al camion, dove non c’era nessuno. Paolo lo spinse dolcemente con la schiena contro il cassone, gli abbassò i pantaloncini e si inginocchiò. Lo prese in bocca senza una parola. Fu un pompino lento, attento, quasi devoto. Mauro gli tenne i capelli scuri e guardò in basso: lo zio, quel corpo enorme e peloso, in ginocchio per lui. Quando venne, Paolo deglutì tutto e restò ancora qualche secondo con le labbra intorno al cazzo, respirando contro la sua pelle.
Poi si rialzò, gli asciugò le labbra con il dorso della mano e gli disse soltanto:
«Da oggi quando ti tocco, è solo per me.»
Risalirono.
Nel pomeriggio il traffico si fece più intenso. Cartelli per Amsterdam cominciarono a comparire con più frequenza. Paolo guidava concentrato, ma ogni tanto la mano destra scivolava tra le gambe di Mauro e restava lì, a cupare il pacco sopra i jeans, senza fare altro. Solo a ricordargli chi era.
Verso sera entrarono in una piazzola grande alla periferia della città. Camion ovunque, luci, odore di cibo e di gasolio. Paolo parcheggiò lontano dal gruppo principale. Spense tutto e si voltò di nuovo verso il nipote.
«Stanotte restiamo qui. Ma non scendi. Non ti faccio vedere. Non ti faccio toccare da nessuno.»
Mauro annuì. Il cuore gli batteva forte, ma in un modo diverso dal solito.
Paolo abbassò i sedili, stese la coperta e si spogliò. Mauro lo imitò. Si distesero uno di fronte all’altro. Paolo lo baciò a lungo, le mani grandi che gli percorrevano la schiena, il culo, le cosce. Poi lo girò di fianco, gli sollevò una gamba e entrò da dietro, lento, profondo. Lo scopò senza fretta, con colpi lunghi e regolari, una mano che gli cingeva il petto e l’altra che gli teneva il cazzo. Ogni tanto gli mormorava all’orecchio:
«Mio.»
«Solo mio.»
«Nessun altro.»
Mauro veniva stringendo i denti, il viso nascosto contro il cuscino. Paolo lo seguiva quasi subito, scaricandosi dentro di lui e restando sepolto a lungo, a respirare contro la sua nuca.
Dopo, mentre erano ancora uniti, lo zio parlò a voce bassa:
«Domani scarichiamo ad Amsterdam. Poi dobbiamo tornare. Ma da ora in poi, quando ci fermiamo, se qualcuno ti guarda troppo… me ne accorgo. E intervengo.»
Mauro si voltò quel poco che poteva e lo baciò.
«Non voglio più nessuno», sussurrò. «Solo te.»
Paolo gli strinse il braccio intorno al petto, più forte.
«Allora è deciso.»
Fuori, nella piazzola, si sentivano risate, portiere che sbattevano, qualcuno che chiamava. Dentro la cabina, però, c’era solo il calore di due corpi e una nuova regola che nessuno dei due aveva bisogno di scrivere.
Il viaggio non era finito.
Ma era diventato un’altra cosa.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Carico proibito 14:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
